CopyWhy?

di Giovanni Amoroso *

Cosa ci spinge a scrivere una canzone o un album, un articolo o un libro, rimarrà un mistero finché non riusciremo a chiarirci prima le idee sul perché facciamo affibbiare alle nostre creazioni protezioni che tutelino la nostra proprietà intellettuale. Rimarrà un mistero se si fa arte non per lavoro ma per il semplice piacere di poter esprimere se stessi, senza paure, senza il pensiero fisso che qualcuno ci rubi le nostre idee.Queste paure hanno rallentato la nostra voglia di creare, la nostra spontaneità, la nostra facoltà di sentirci pienamente liberi di suonarcela e cantarcela dove vogliamo e con chi vogliamo senza che vengano esattori a portarci il conto da pagare. Quindi prima di iniziare a parlare di Copyright/Copyleft dovremmo parlare di behind o addirittura di forward, allargare i confini del ragionamento chiedendoci a chi giova questo meccanismo, da chi dovremmo tutelarci e a che scopo. Non faremo l’esempio ormai divenuto banale di Radiohead e Nine Inch Nails, ma quello degli In a Sleeping Mood, un duo di musica sperimentale che con il loro «Draft» è riuscito ad avere più di 3000 download nei sei mesi successivi all’uscita. Per un genere sperimentale oggi come oggi è praticamente impossibile generare un tale volume di circolazione per il proprio disco, l’unico modo per farsi ascoltare è, inevitabilmente, Internet. Ripartendo da questo esempio salta all’occhio il cortocircuito tra possibilità di farsi conoscere e rischio pirateria, in un contesto nel quale le Major oligopolistiche Sony BMG, EMI Music, Universal Music e Warner Music possono permettersi di violare, loro sì, il Copyright di opere famosissime, come nel caso di Chet Baker, caso che ha portato i familiari del trombettista nel 2009 ad intraprendere una class action insieme ad altri artisti per essere risarciti.

Nel frattempo in Italia va in scena il solito triste teatrino: da una parte artisti affermati che prestano i loro volti noti per spot contro la pirateria, dall’altra una generazione che non vorrebbe altro che la propria musica venga piratata. Certo è che la mossa dei “vecchi” sembra più una lotta volta a mantenere intatti certi lussi, e quella dei giovani una lotta per la sopravvivenza. “Fermiamo la pirateria digitale, difendiamo la libertà di fare cultura” questo è il titolo dello spot che i nativi digitali avrebbero chiamato invece “Difendiamo la nostra cultura, fermiamo gli artisti contro la pirateria”. È una guerra persa per i primi e persa in partenza anche per i secondi che non hanno le risorse per combatterla. È una guerra che distrugge l’arte che non è ancora stata creata.

*nato nel 1987 a Guardiagrele, è laurendo in Comunicazione artistica e multimediale all’Università di Teramo. Dal 2009 gestisce un blog che raccoglie musica indipendente e in free download Yo[U-Turn]. Nel 2011 fonda una webzine di recensioni e approfondimenti sulla musica, Stordisco.  Ha appena inaugurato la Yo!Netlabel etichetta musicale per la promozione e la diffusione di musica in Creative Commons sul web.

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